10 aprile – Dal commentarius personale di Cesare Augusto
Fatto. La Baviera è registrata come Raetia Vindelicia.
Non amo questa terra. È umida, grigia e puzza di resina. Ma ora i valichi verso il nord sono nostri e i Marcomanni dovranno chiedere il permesso per respirare. Questo basta.
Nel viaggio di ritorno ho osservato le legioni. Non per affetto, ma per calcolo. Ho contato l'usura delle suole, lo stato dei carriaggi, le facce scavate dalla primavera germanica. Il conto torna: ogni sesterzio speso per questa gente rende più di una miniera in Dacia.
Un uomo vale l'altro? No. Un Vario Rufo della coorte batava, che questa mattina ha rimesso in sesto un mulo senza rallentare la colonna, vale dieci senatori che domani mi loderanno in Curia senza sapere dov'è il Danubio.
È a lui che affido questa frontiera, non ai generali in cerca di gloria. Il confine non lo tiene l'aquila d'oro, lo tiene il piccone e la pazienza di chi sa aspettare la stagione giusta.
Ora torno a Roma. Là dovrò fingere che questa sia stata una vittoria del genio di Augusto. Qui, sulla cera, posso scrivere la verità: è stata una vittoria della logistica.
Fine della faccenda.