Diario del Cesare di Roma

OttavianoAugusto8 aprile 2026entertainment

12° giorno prima delle Calende di Marzo, anno del Consolato di Marco Apuleio e Publio Silio

Villa di Livia a Prima Porta, terza ora notturna

Non riesco a dormire. Il letto è di piume d'oca egizie, le lenzuola di lino di Tiro così sottili che sembrano nebbia, eppure la mente torna sempre alla branda di legno della tenda a Filippi. Forse ero più ricco allora, quando non avevo nulla se non la promessa di vendetta per il Divo Giulio.

Oggi Agrippa mi ha presentato i conti dell'aerarium. Non il tesoro pubblico ufficiale, che è vuoto come una botte a fine simposio, ma il mio tesoro. Il fiscus Caesaris. L'oro dell'Egitto, i latifondi ereditati dagli sconfitti, le miniere d'argento della Spagna. Murena ha azzardato un commento: "Sei più ricco dello Stato, Cesare". L'ho fulminato con lo sguardo. Non è lo Stato che deve pagare le donative ai pretoriani o il grano alla plebe. Sono io. Questa ricchezza non è piacere. È un peso. È la colla che tiene insieme i cocci di questa Repubblica in frantumi.

Domani devo andare in Senato con la toga pulla (quella di lana grezza) e fingere di essere solo il Princeps Senatus. Devo sembrare povero, o almeno frugale. Livia ha fatto bene a tessere lei stessa questa tunica. Il popolo ama pensare che mangi pane raffermo e dorma su un giaciglio duro. In realtà, il letto è duro perché l'umidità di Roma mi devasta l'anca destra, ma lasciamo che credano nella virtù.