Lugano, 15/04/2026
Vi è qualcosa di singolare, quasi inquietante, nell’osservare la caduta della Germania.
Non penso tanto al fatto che abbiano subito una sconfitta, piuttosto il modo in cui essa si è compiuta. Una grande nazione, con più del doppio degli uomini, incapace di prevalere e di opporre resistenza nei momenti decisivi.
Ripenso a come tutto è cominciato: il Liechtenstein travolto mentre eravamo impegnati nei Balcani, dopodiché le incursioni in Piemonte, ripetute e tremende. In quel momento, in molti avrebbero scommesso su un rapido cedimento italiano. Anche io, da poco rientrato in patria, confesso di aver temuto il peggio.
Abbiamo resistito, ci siamo organizzati e abbiamo fatto fronte comune con i mostri alleati. Siano benedetti i nostri alleati! Insieme abbiamo fatto fronte comune e ora siamo ora giunti fino a Berlino.
Nel frattempo, dalle loro stesse file, giungevano parole di fuoco. Decisioni tardive, economia male gestita, campagne militari scoordinate, inettitudine ai vertici. Altri ancora parlavano apertamente di occasioni mancate, di alleanze respinte senza ragione, di un comando privo di visione.
Ho persino sentito gridare, nella confusione, che l’Italia è fatta da un popolo di aggressori!
Vi è poi un elemento che colpisce più di ogni altro: l'indignazione di aver perso contro l’Italia. Come se il risultato fosse, di per sé, inconcepibile. Come se il problema non fosse come si è combattuto, ma contro chi.
Noi abbiamo semplicemente fatto ciò che uno Stato ordinato deve fare: coordinare, sostenere lo sforzo, attendere il momento opportuno e colpire con continuità. Nulla di straordinario.
Questo l’aspetto più difficile da ignorare. Quando una superiorità così evidente si dissolve senza risultati, la domanda non è più da rivolgere al nemico. Piuttosto è da rivolgere a chi, fino all’ultimo, ha chiesto al proprio popolo fiducia… senza saperla meritare davvero.
-Feba, Comandante della Julian Alps Guard
