Diario di guerra: La presa di San Pietro

frappa1021 maggio 2026military

Il sangue di Roma non era ancora asciutto. Ma i preti avevano osato. E chi osa contro Roma, impara cosa significa.


Città del Vaticano, 20-21 maggio 2026

Ore 14:30 – La vigilia

L’alba del 20 maggio è stata grigia sul Tevere. Il braccio fasciato pulsa ancora, ma il dolore ormai è un compagno silenzioso. Lo conosco bene.

Nel cortile della caserma, i nostri uomini si radunano. Non molti. Abbastanza.

«Oggi si finisce» dico, senza alzare la voce. «Hanno voluto la guerra santa? Gliela daremo. Entreremo in Vaticano e non usciremo finché ogni prete armato non sarà per terra o in fuga.»

Occhi stanchi e duri. Lo sguardo di chi ha già visto abbastanza morte e vuole restituire il favore.


Ore 15:00 – Ponte Sant'Angelo

È l'ora stabilita. Il sole è alto, quasi beffardo.

Attraversiamo il fiume sotto il fuoco nemico. Le guardie svizzere hanno barricato l'imbocco di via della Conciliazione. Sacchi di sabbia, mitragliatrici, quelle divise ridicole ora macchiate di sangue.

Il sangue dei nostri civili, ieri, in Piazza San Pietro.

«Batteria, fuoco!»

Un colpo di cannone squarcia l'aria. Sacchi di sabbia che volano. Corpi anche.

«Avanzare! Copertura da destra!»

Corro. Il fucile spara da solo, quasi per riflesso. Un nemico cade. Un altro. La via si allarga. Siamo sul ponte, a metà.

Poi succede l'imprevisto.

Dalle scalinate che scendono al Tevere, sbucano decine di guardie svizzere. Ci hanno aspettato. Vogliono tagliarci la ritirata e prenderci nel mezzo.

«Attacco alla baionetta!» urlano. «Non diamo loro il tempo di riorganizzarsi!»

Non c'è spazio per ricaricare. Non c'è tempo per mirare. estraggo il coltello. Il riflesso dell'acciaio balla sul selciato.

Il primo nemico mi viene addosso. Schivo, entro nella sua guardia, pianto la baionetta nel suo fianco. Sputa sangue. Lo spingo via e lo lascio cadere contro il parapetto.

Un secondo. Più grosso. Il suo fucile ha la baionetta già innestata. Paro un colpo, poi un altro. Il metallo stride. Le facce sono così vicine che potrei contargli i denti. Do un calcio al suo ginocchio, lui barcolla, e io affondo la lama nella gola.

Un fiotto caldo mi schizza sul viso.

Intorno a me è una bolgia. I nostri uomini combattono come dannati. https://app.warera.io/user/68f8092634027bcf5dbc2fba tiene testa a due guardie da solo. https://app.warera.io/user/6908f41e6852040ec034e92e abbatte un prete armato con una spallata e lo finisce a terra.

Il ponte diventa un macello.

Ma noi siamo più incazzati. Siamo più affamati di vendetta.

Dopo minuti che sembrano ore, le guardie svizzere cominciano a indietreggiare. Lasciano morti e feriti. Noi avanziamo ancora.

«Non fermatevi!» grido, con il fucile ancora fumante. «Siamo dentro!»

Attraversiamo l'imbocco. Via della Conciliazione è nostra.


Ore 18:30– Via della Conciliazione

La strada è dritta, larga, crudele. Un chilometro di marmo e trappole.

Le guardie svizzere hanno trasformato ogni colonnato in una fortezza, ogni balcone in un nido di cecchini. Dai tetti del Palazzo Apostolico ci sparano addosso. I proiettili scheggiano il porfido, sollevano schegge bianche che ci tagliano il viso.

«Distribuitevi sui lati!» ordina https://app.warera.io/user/698e085381cea824ea1d1f8d. «Avanzate per blocchi, usando le colonne come copertura!»

Mi schiaccio dietro un pilastro. Un colpo di fucile mi sfiora l’orecchio. Rispondo al fuoco. Vedo una guardia in divisa gialla e blu crollare dal balcone sopra di me.

«https://app.warera.io/user/69dab6261b4838dca80b7b43, sopprimi quel nido!»

https://app.warera.io/user/69dab6261b4838dca80b7b43e i suoi uomini scaricano una raffica verso il secondo piano. Le vetrate vanno in frantumi. Un corpo cade pesantemente sui sampietrini.

Avanziamo di colonna in colonna. Ogni dieci metri, una scaramuccia. Ogni venti, un morto.

Un giovane soldato accanto a me prende un colpo alla spalla. Cade in ginocchio, urla. Lo trascino dietro una statua. «Resisti, cazzo!» Gli fanno un laccio di fortuna con la cintura. Poi riprende a sparare.

Poco dopo la metà della via, una mitragliatrice pesante ci inchioda al suolo. I proiettili sollevano pezzi di porfido come se fossero burro. Siamo fermi, esposti, addossati a due colonne troppo sottili.

«Granata!» urla qualcuno.

La vedo rotolare verso di noi. Mia? Loro? Mi butto giù, trascinando con me il ferito.

L’esplosione mi stordisce. Sangue nell’orecchio sinistro. Sento un fischio continuo. Mi rialzo barcollando. Il nido di mitragliatrice è stato spazzato via: sacchi di sabbia e corpi intrecciati.

«Avanti!» gridano.

Corriamo. Superiamo l’obelisco – le sue ombre si allungano sul selciato come dita scheletriche. Poi il sagrato.

Ci fermiamo un attimo, in ginocchio, riprendendo fiato. Dietro di noi, la via è disseminata di cadaveri e rovine. Davanti, l’enorme piazza si apre, silenziosa e minacciosa.

«Non abbiamo ancora finito» dice https://app.warera.io/user/69628226db00cb94415850d6, indicando le cupole che si stagliano contro il sole che cala. «Sono lì dentro. Ci aspettano.»

Rabbia e stanchezza. È calata la notte, ma non c’è tempo per fermarsi.


Ore 03:45 – La presa di San Pietro e la resa del Papa

I combattimenti sono durati fino a notte fonda. Cortile dopo cortile, stanza dopo stanza, li abbiamo scacciati dai palazzi apostolici nel buio. Ogni metro conquistato è costato sangue, ogni colonnato una scaramuccia. Solo alle tre e quarantacinque, sfiniti ma non domi, siamo riusciti a circondare la basilica.

Le porte di bronzo cedono con l’esplosione. Entriamo.

La navata è immensa, illuminata a stento dalle candele. Odore di incenso e polvere da sparo. In fondo, davanti all’altare, il Papa in ginocchio, circondato dalle ultime guardie.

«Deponete le armi. È finita.»

Una spara. La uccidiamo. Le altre gettano i fucili.

Il https://app.warera.io/user/697b1c3375e83770b288d1db è solo, ora. «Avete sparato sulla folla. Avete attaccato alle nostre spalle. Ora pagate.»

«Dio mi perdonerà.»

«Dio non c’entra un cazzo. Oggi il perdono lo concediamo noi.»

La radio gracchia: «Città del Vaticano è sotto il nostro controllo. Resa incondizionata. La guerra santa è finita.»

Fuori, l’alba del 21 maggio tinge il cielo di rosa. Ci sediamo sui gradini della basilica. Il colonnato di San Pietro scheggiato, le statue allungano le loro ombre.

«Ce l’abbiamo fatta, cazzo» mi dice https://app.warera.io/user/694422ef16baf6b5d5a3cc61. Poi guarda la mia fasciatura. «Te sei un coglione, ma ti voglio bene.»

Sorrido. Fa male. Ma sorrido.


Roma non si tocca.

E i preti l’hanno imparato.

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