Gli Assiri erano uno dei popoli più militarmente avanzati dell’antichità. Erano particolarmente skillati nelle guerre d’assedio, nelle campagne prolungate e nell’impiego coordinato di fanteria, cavalleria e carri da guerra.
Naturalmente, per mantenere un simile livello di performance, un soldato assiro doveva assumere circa 3.000 calorie al giorno. Per questo motivo l’esercito non era composto soltanto da guerrieri, arcieri e genieri, ma impiegava anche cuochi, chef, aiuto-cuochi, responsabili della carne, addetti alla brace e presumibilmente almeno uno che avesse a che fare con robe di cucina ogni 30 uomini.
In una celebre raffigurazione storica possiamo infatti osservare uno di questi cuochi mentre prepara della carne direttamente sopra un fuoco a fiamma libera.

Gli Assiri, che parlavano accadico, utilizzavano il verbo kabābu, cioè “bruciare” o “arrostire”, per descrivere questo particolare metodo di cottura. Dalla stessa radice deriverebbe anche il termine gabbubu, utilizzato per indicare della carne arrostita sul fuoco.
Con il passare dei secoli, attraverso una serie di mutamenti fonetici perfettamente naturali, gabbubu sarebbe diventato prima gabubu, poi gabibbu e infine Gabibbo.
Questo spiega innanzitutto perché il Gabibbo sia rosso: non è un costume, ma il colore assunto dalla carne durante il processo di arrostimento.
Spiega inoltre perché sia spesso raffigurato sovrappeso, dato che rappresenta simbolicamente le 3.500 calorie giornaliere necessarie al sostentamento di un soldato assiro.
Anche il suo celebre verso «belandi» deriva con ogni probabilità dall’accadico bēl, “signore”, seguito dall’antica espressione militare andi, “la carne è pronta”.