Game Theory: microeconomia e strategia in gioco

Quiet_Salem_Diplomat24 agosto 2026guide

Nel seguente articolo mi occuperò di esplorare la Teoria dei Giochi, un modello matematico inizialmente formulato dai matematici John Von Neumann e Oskar Morgenstern attorno agli anni ‘40 del Novecento.

È tuttavia doverosa una premessa: il nome di tale teoria è fuorviante. Contrariamente a quanto si pensi, la Teoria dei Giochi non riguarda esclusivamente una partita di Risiko o una campagna di D&D: può esservi applicata, ma non è strettamente legata al mondo dei videogiochi.

Ci troviamo davanti ad un vero e proprio paradigma, la cui definizione può risultare utile ai fini della comprensione delle prossime righe:

“La teoria dei giochi è una disciplina che studia modelli matematici di interazione strategica tra agenti razionali. La teoria dei giochi ha applicazioni in vari campi delle scienze sociali, così come nella logica, nella teoria dei sistemi e nell’informatica.”

Lo scenario tipo di applicazione è perciò il seguente: una dinamica costituita da due o più parti che agiscono in maniera razionale, al fine di sviluppare la strategia che porti al maggior vantaggio per se stessi.

L’aggettivo “razionale” implica l’esclusione di qualsiasi coinvolgimento emotivo in tale modello; pertanto, nella sua variante classica, la psicologia ha poco a che fare con esso.

Ne consegue, inoltre, che il vantaggio del singolo (o di una singola coalizione) sia a scapito del guadagno di tutte le altre parti in gioco.

Esistono due tipologie di “gioco”:

  1. Giochi cooperativi: prevedono la formazione di associazioni vincolate da un accordo tra le parti e un obiettivo comune. Ha come obiettivo il miglioramento del risultato finale (o payoff). 

  2. Giochi non cooperativi: i classici “tutti contro tutti”. Ogni concorrente è in competizione con gli altri. Nel caso dell’economia, l’oligopolio delle imprese su una stessa risorsa, a scopo di arricchimento personale e/o di egemonia su territori sfruttabili.

La Game Theory risulta di particolare rilevanza in quest’ultimo tipo di scenario: la valutazione delle mosse da agire per arrivare ad un obiettivo segue l’esatto schema de “il mio guadagno è la perdita altrui e viceversa”.

Esiste poi un punto di equilibrio, definito equilibrio di Nash, nel quale tutte le parti in gioco si trovano nella posizione più vantaggiosa complessivamente.

Ciò significa che, nel complesso, il guadagno di ognuno è massimo, anche se non significa che il singolo detenga il profitto maggiore per se stesso.

Ad esempio, se una delle parti decidesse di allontanarsi da tale punto di equilibrio, potrebbe trovare altrove una possibilità di aumentare il proprio payoff (così come, potenzialmente, diminuirlo). 

Per ogni gioco non cooperativo esiste sempre almeno un punto di equilibrio di Nash.

Ma se la teoria prevede l’interazione tra parti razionali, come può essere attendibile e applicabile ad esseri irrazionali, quali gli esseri umani? 

Si tratta pur sempre di un modello matematico probabilistico, che impiega diagrammi ad albero per illustrare le possibili diramazioni di una singola scelta: non è esatto, è indicativo, sebbene sorprendentemente accurato, specialmente a seguito dei successivi studi sulla Teoria dei Giochi Comportamentale (Behavioral Game Theory).

Quest’ultima non si avvale più soltanto di incognite razionali, ma anche di fattori prevedibili, come il senso di equità, il disprezzo per l’ingiustizia e la paura di perdere.

Facciamo un esempio:

Un famoso filantropo riceve 100$ e deve proporre a un giocatore della Milizia Italiana (Gigi) come dividerli.

Se Gigi accetta, i soldi si divideranno, mentre se rifiuta, nessuno prenderà nulla. La classica Game Theory suggerisce al filantropo di offrire 1$ a Gigi, il quale dovrebbe accettare senza esitazioni.

Nella realtà, tuttavia, Gigi si rifiuterà quasi sempre di accettare qualsiasi offerta sotto i 30/40$, per punire l’ingiustizia subita (anche se questa scelta dovesse significare perderci).

Non è un caso, infatti, che il modello venga impiegato nel marketing comportamentale, come vero e proprio indicatore di potenziale andamento degli affari sulla base delle reazioni comportamentali di ciascuno.

Venendo ora alla pratica, in che modo tale teoria può essere impiegata nel gameplay di War Era? Sapere come utilizzare questo strumento a proprio vantaggio può essere utile nella previsione probabile degli esiti elettorali, negli investimenti a lungo termine su una decisione militare, nella diplomazia dei patti con altri Alleati e molto altro.

Insomma, anche senza saperlo, la Game Theory è onnipresente in tutti i contesti sopra citati e conoscerla risulta fondamentale per la formulazione di strategie sempre più efficaci.

Nel prossimo articolo darò istruzioni specifiche sull’utilizzo pratico della teoria nelle dinamiche di War Era.

In Fede, M.B.H

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