Organo dei lavoratori, dei contadini e dei soldati contro guerra, miseria e sfruttamento.
Giornale ufficiale del Partito Socialista Italiano.
Mentre il Paese è ancora scosso dalle misteriose sparizioni di El_Pibe_Encantador e Amshaegar, inghiottiti dal buio di una vicenda che porta con sé il nome inquietante di una Renault 4 rossa targata N57686, Roma ha conosciuto anche il sangue e il sacrificio.
La Capitale è stata difesa dall’assalto delle forze del Papa.
Ma la vittoria ha avuto un prezzo altissimo... la morte del compagno GBoy, vecchia guardia e fondatore, caduto per difendere Roma e l’Italia.
Sono due notizie diverse, ma appartengono alla stessa ora cupa della Repubblica.
Da una parte, uomini importanti che scompaiono nel silenzio.
Dall’altra, un compagno che resta fino all’ultimo e paga con la vita.
In queste pagine raccontiamo il mistero delle sparizioni e il dolore solenne per GBoy, perché il Paese sappia, ricordi e non pieghi la testa.

Compagni,
oggi non riesco a scrivere queste righe come si scrive un giornale. Non oggi. Perché ci sono giorni in cui la vittoria arriva, ma non porta gioia. Giorni in cui Roma resta in piedi, l’Italia non si inginocchia, il nemico viene respinto oltre le sue pretese, eppure nessuno riesce davvero a festeggiare.
Ieri Roma è stata difesa. Ieri l’Italia è stata difesa. Ieri il popolo ha resistito davanti alle forze del Papa, davanti a chi voleva imporre alla Capitale il peso della sottomissione, davanti a chi credeva che bastasse marciare contro Roma per piegarne l’anima.
Si sono sbagliati.
Roma non è caduta. Roma non ha chinato il capo. Roma, ancora una volta, è rimasta nostra. Ma questa vittoria non è venuta senza sangue. Questa vittoria ha un nome. Un nome che oggi non possiamo pronunciare senza sentire qualcosa spezzarsi dentro.
GBoy.
GBoy è morto difendendo Roma. GBoy è morto difendendo l’Italia.
Non l’Italia astratta dei discorsi vuoti, non l’Italia delle frasi comode e delle celebrazioni di maniera. È morto per l’Italia vera, quella fatta di strade, di case, di compagni, di popolo, di memoria, di bandiere alzate nel fumo e di uomini che scelgono di restare quando sarebbe più facile fuggire.
È morto perché Roma restasse libera. È morto perché la Capitale non fosse consegnata. È morto perché nessuno potesse dire che il popolo italiano aveva lasciato passare il nemico senza combattere.
E la sera stessa, quando la battaglia non era ancora finita nei nostri pensieri, quando il rumore del fuoco sembrava ancora attaccato alle orecchie, quando Roma fumava lontana sotto il cielo scuro, noi lo abbiamo portato sui Castelli Romani, vicino Frascati.
Non c’erano fanfare. Non c’erano corone ufficiali. Non c’erano discorsi preparati da uomini importanti. C’eravamo noi. Stanchi, sporchi, vivi quasi con vergogna davanti a lui che non lo era più.
Lo abbiamo seppellito quella sera.
Lo abbiamo seppellito mentre Roma, in lontananza, era ancora illuminata dalle ferite della battaglia. Lo abbiamo seppellito con le mani pesanti, con il cuore stretto, con quel silenzio che viene solo quando le parole non servono più. Sopra la sua lapide abbiamo lasciato un fazzoletto rosso e un fiore rosso, povero e immenso come tutte le cose vere.
Lì, davanti a quella terra appena chiusa, abbiamo capito che non stavamo salutando soltanto un compagno caduto. Stavamo salutando un fratello.
Perché GBoy non era semplicemente “uno dei nostri”. GBoy era uno di quelli che c’erano prima della gloria, prima delle vittorie, prima che qualcuno cominciasse persino a prenderci sul serio.
Era lì quando il Partito era ancora fatica, ironia, ostinazione. Era lì quando mancavano i mezzi. Era lì quando mancavano gli uomini. Era lì quando mancavano le certezze, e l’unica cosa che ci teneva in piedi era quella testarda convinzione di stare dalla parte giusta della storia.
GBoy non aveva bisogno di parlare da eroe. Gli eroi veri, spesso, non parlano da eroi. Non cercano il centro della fotografia, non domandano medaglie, non si mettono davanti per essere ricordati. Restano. Tengono la linea. Guardano il compagno accanto. Capiscono prima degli altri quando qualcuno sta per cedere. E allora, senza alzare la voce, dicono soltanto: “andiamo avanti”.
E tu vai avanti davvero.
Ieri, davanti a Roma, GBoy è andato avanti fino all’ultimo. Ha difeso la Capitale come si difende una madre, come si difende una casa, come si difende l’ultima cosa che resta quando tutto il resto trema. Ha difeso l’Italia non per retorica, ma per amore. Non per ordine, ma per convinzione. Non per gloria personale, ma perché certi uomini sono fatti così, quando arriva il momento decisivo, non chiedono perché tocca a loro. Semplicemente restano.
E lui è rimasto.
Fino alla fine.
Per questo oggi Roma è salva, ma noi non siamo interi. Per questo oggi possiamo dire che l’Italia ha resistito, ma non possiamo dirlo sorridendo. Perché ogni strada rimasta libera, ogni pietra della Capitale ancora nostra, ogni bandiera che sventola sopra Roma porta anche il peso del suo nome.
GBoy. Compagno. Vecchia guardia. Fondatore. Fratello.
La sera in cui lo abbiamo seppellito, non abbiamo lasciato sulla sua tomba soltanto un fiore. Abbiamo lasciato una promessa.
San Pietro cadrà nella memoria del compagno GBoy.
Non per vendetta cieca, non per odio sterile, non per sete di rovine. Ma perché nessun potere che ha mandato uomini contro Roma può credersi intoccabile mentre noi seppelliamo i nostri fratelli sulle colline. Perché chi ha osato colpire la Capitale deve sapere che il sangue versato per l’Italia non si cancella, non si dimentica.
Il popolo può soffrire. Il popolo può piangere. Il popolo può restare in silenzio davanti ai suoi morti. Ma il popolo ricorda. E quando il popolo ricorda, prima o poi arriva.
GBoy non vedrà quel giorno, ed è questa la ferita più dura da accettare. Non vedrà le bandiere avanzare. Non sentirà il suo nome gridato davanti alle porte di San Pietro. Non potrà camminare con noi quando porteremo fino in fondo il giuramento pronunciato sulla sua tomba.
Ma quel giorno verrà.
E quando verrà, non sarà una conquista qualsiasi. Non sarà una vittoria da contare tra le altre. Sarà il compimento di una promessa fatta la sera stessa della battaglia, davanti alla terra ancora fresca, da uomini che avevano appena perso un fratello e che proprio per questo non potevano più tornare indietro.
Allora Roma saprà. L’Italia saprà. E anche chi oggi si crede al sicuro dietro mura antiche saprà.
GBoy non è morto invano.
È morto difendendo Roma. È morto difendendo l’Italia. È morto perché noi potessimo restare in piedi. E noi resteremo in piedi.
Compagno GBoy, vecchia guardia, fondatore, fratello.
Hai difeso la Capitale fino all’ultimo. Hai dato il tuo sangue per l’Italia.
Ora tocca a noi.
Porteremo il tuo nome fino alle porte di San Pietro.

La notizia è giunta nelle redazioni nelle prime ore del mattino, assumendo subito il peso grave dei fatti destinati a scuotere il Paese, El_Pibe_Encantador e Amshaegar, due figure note negli ambienti politici e mondani della Repubblica, risultano scomparsi in circostanze ancora oscure.
Il primo episodio sarebbe avvenuto all’uscita dell’Hotel Raphael, dove El_Pibe_Encantador sarebbe stato bloccato da un gruppo di uomini non identificati e costretto a salire su una Renault 4 rossa targata N57686. Secondo un messaggio fatto pervenire successivamente, l’uomo sarebbe ancora vivo e trattenuto in un luogo imprecisato. Nella comunicazione, tra ironia e angoscia, denuncia condizioni di prigionia indegne, come freddo, isolamento, cibo scadente e una totale assenza di professionalità da parte dei sequestratori.
Poche ore dopo, un secondo fatto ha aggravato il quadro. Amshaegar è scomparso dalla sua villa tra Fregene e Maccarese dopo essere uscito in giardino, attirato da rumori sospetti. Le testimoni parlano di una figura meccanica nel buio, di un uomo elegantissimo fermo presso la piscina e, anche in questo caso, della stessa Renault 4 rossa targata N57686, ferma davanti al cancello con il motore acceso e i fari spenti.
Da quel momento, di Amshaegar non si hanno più notizie. Sul posto sarebbero stati ritrovati il suo orologio, un telefono distrutto e alcuni segni compatibili con una colluttazione.
Gli inquirenti mantengono il massimo riserbo, ma l’ipotesi di un collegamento tra i due episodi appare ormai difficile da escludere. La targa N57686, la scelta di personalità esposte e il carattere quasi dimostrativo delle azioni lasciano intravedere una regia comune.
Nel Paese cresce l’inquietudine. Non si sa chi abbia colpito, né con quale obiettivo. Non si sa se si tratti di un sequestro politico, di una vendetta interna o di una provocazione organizzata da gruppi ancora nell’ombra.
Resta, per ora, una sola certezza, due uomini sono spariti.
E una Renault 4 rossa targata N57686 è diventata il simbolo cupo di questa giornata.
La Repubblica attende risposte.
E le VUOLE subito.