La Caduta di Ottaviano

Palmiro_Togliatti31 maggio 2026entertainment

Dopo aver studiato a fondo la storia di Ottaviano, fondatore di MOS e figura centrale della nostra Repubblica, credevo di essermi imbattuto soltanto in una vecchia vicenda politica.

Un uomo scomparso dopo le dimissioni.
Una crisi interna.
Un governo ombra.
Qualche documento dimenticato negli archivi.

Nulla di più.

E invece, più scavavo, più la storia smetteva di sembrare storia. Le testimonianze non combaciavano, le ultime immagini erano disturbate, i corridoi del Parlamento risultavano ripresi da telecamere che non avrebbero dovuto esistere. In alcuni fotogrammi Ottaviano non camminava verso l’uscita. Sembrava piuttosto trascinato da qualcosa che nessuno vedeva.

Alla fine sono riuscito a ricostruire dove sia finito.

E il problema è che, forse, Ottaviano non è mai uscito dal Parlamento.

È caduto altrove.

La narrazione continua nelle memorie rilasciate da Ottaviano, magicamente trovate dal sottoscritto.

Dietro il Muro della Repubblica

Io li guardavo festeggiare.

Uno a uno, ridevano come se la mia caduta fosse stata una vittoria della Repubblica. Battevano le mani, alzavano i pugni, si voltavano tra loro con la faccia di chi ha appena scampato un pericolo. Ma il pericolo non ero io.

Il pericolo era sopra di loro.

Io lo vedevo.

Nel buio, oltre gli scranni, quelle figure immobili tenevano i fili del Parlamento come si tiene un animale al guinzaglio. Non parlavano, non gridavano, non avevano bisogno di farsi vedere da tutti. Bastava che li vedessi io.

Il foglio delle dimissioni pesava più della mia armatura.

Avrei voluto urlare che non stavo lasciando il potere, stavo lasciando una stanza già morta. Avrei voluto dire che ogni applauso era comandato, ogni sorriso era stato scritto prima, ogni voto era solo il rumore di una macchina nascosta dietro le pareti.

Ma nessuno mi avrebbe ascoltato.

Per loro ero Ottaviano, il fondatore di MOS, l’uomo da rimuovere.
Per me, in quel momento, ero solo l’unico sveglio in un’aula piena di sonnambuli.

Consegnai il foglio.

Mi appoggiai al muro e lasciai uscire il fumo piano, come se insieme a quella sigaretta potessi buttare fuori anche tutto il resto.

La rabbia, per prima.
Poi l’orgoglio.
Poi l’illusione.

Per la prima volta capii che la sconfitta non arriva con un colpo solo. Non ti prende alla gola davanti a tutti, non ti abbatte nel fragore dell’aula. No. La sconfitta vera arriva dopo, quando il rumore finisce e resti da solo con i tuoi pensieri. Quando non devi più convincere il popolo. Quando non devi più fingere di avere ancora il controllo.

E io, in quel momento, il controllo non l’avevo più.

Guardai l’aula vuota davanti a me, le bandiere immobili, il legno scuro, quella frase appesa in alto come una presa in giro. La legge è uguale per tutti.
Forse lo era.
O forse era solo un’altra scritta buona per i muri, come tante.

Abbassai lo sguardo sulla sigaretta che bruciava tra le dita e sentii qualcosa spezzarsi dentro, ma senza dolore. Quasi con sollievo.

Per un attimo sentii il vuoto aprirsi dietro di me.

Non un rumore.
Non un colpo.
Solo l’assenza improvvisa del muro contro la schiena.

Rimasi immobile, con la sigaretta ancora tra le dita, incapace persino di voltarmi. Sapevo che qualcosa era cambiato, che dietro di me non c’era più il Parlamento, non c’era più pietra, non c’era più nulla di umano.

Eppure non ebbi paura subito.

La cosa peggiore fu un’altra.

Sentii dentro di me una stanchezza così profonda che persino quel vuoto sembrò una risposta. Come se non importasse più dove mi avrebbe portato. Come se arrendersi al Governo Ombra, alla sconfitta, alla stanza che respirava alle mie spalle, fosse ormai la stessa identica cosa.

Avrei potuto fare un passo avanti.

Invece lasciai che fosse il buio a prendermi.

Caddi male, ma non sentii il colpo come avrei dovuto.

Il pavimento era morbido e secco allo stesso tempo, come un tappeto vecchio steso sopra qualcosa di vivo. Rimasi lì, mezzo sdraiato, con un braccio a sorreggermi e l’altro sollevato nel vuoto, come se stessi ancora cercando di aggrapparmi al Parlamento che un istante prima avevo alle spalle.

Ma il Parlamento non c’era più.

Alzai lo sguardo e vidi solo stanze.

Stanze gialle.
Colonne senza senso.
Luci al neon incastonate in un soffitto troppo basso, troppo regolare, troppo infinito.

Non c’erano porte.
Non c’erano finestre.
Non c’era un punto da cui dire di essere entrato.

Per qualche secondo non capii nemmeno se fossi ancora vivo.

Sentivo il cuore battere, questo sì. Lo sentivo benissimo, troppo forte, quasi fosse l’unico rumore umano rimasto in quel posto. Per il resto c’era soltanto un ronzio continuo, sempre uguale, sempre vicino, come se quelle luci sopra di me non servissero a illuminare, ma a pensare.

Provai a respirare a fondo.

Errore.

L’aria sapeva di polvere, moquette umida e muro chiuso da anni. Un odore antico e finto, come se quel luogo fosse stato costruito per imitare un edificio umano senza averne capito davvero il funzionamento. Tutto sembrava normale solo da lontano. Più guardavo, più capivo che qualcosa era sbagliato.

Le colonne erano troppo distanti.
Le ombre troppo ferme.
Gli angoli troppo perfetti.

Mi tirai su il morale, ancora frastornato, e mi voltai lentamente dietro di me, aspettandomi di vedere il varco, il muro del Parlamento, la crepa da cui ero caduto.

Non c’era nulla.

Solo un altro corridoio.

Fu in quel momento che sentii il vero terrore, non come un urlo, ma come una certezza. Una certezza fredda, pulita, definitiva.

Non ero finito in un nascondiglio.
Non ero stato rapito.
Non ero caduto in uno scantinato.

Ero finito in un luogo che esisteva già.
Un luogo che aspettava.

Restai fermo, guardando in alto come se il soffitto potesse restituirmi una risposta. Ma quelle luci non davano risposte. Ti fissavano e basta. E più rimanevo lì, più mi sembrava che la stanza stesse osservando me.

Non con occhi.

Con la geometria.

Con il silenzio.

Con l’infinita ripetizione di sé stessa.

Allora capii una cosa ancora peggiore, il vuoto che avevo sentito dietro al muro non era un incidente.

Era un invito.

E io l’avevo accettato.

Poi vidi la sedia.

Era lì, contro il muro, come se qualcuno l’avesse lasciata apposta per me. Non aveva niente di speciale, e proprio per questo mi fece paura. In un posto dove ogni corridoio sembrava sbagliato, quella sedia era troppo normale. Troppo pronta.

Mi sedetti senza pensarci davvero.

Non dovevo farlo.

Ogni secondo passato lì rendeva tutto più reale. La luce gialla, il muro davanti, il buio dietro le finestre nere. Era come se quel posto avesse aspettato soltanto che io smettessi di camminare.

Accesi la sigaretta con le mani ferme solo in apparenza.

La fiamma tremò.
O forse tremavo io.

Mi dissi che dovevo alzarmi, cercare un’uscita, tornare indietro. Ma dentro di me una voce più bassa ripeteva che non esisteva nessun indietro.

Non ero caduto lì per caso.
Mi avevano lasciato entrare.
Oppure mi stavano aspettando.

Tirai il primo respiro di fumo.

Non mi calmò.

Mi ricordò soltanto che ero ancora vivo.
E in quel posto, essere vivo cominciava a sembrarmi un errore.


Poi vidi una luce diversa.

Non il giallo malato dei corridoi.
Non il neon stanco che mi seguiva ovunque.
Questa sembrava più calda, quasi viva.

Per un istante pensai fosse un’uscita.

Camminai verso quella stanza come un assetato che vede acqua nel deserto. Ogni passo mi sembrava più leggero, quasi avessi finalmente trovato un punto in cui quel posto si era distratto. Poi arrivai alla soglia e capii di essermi illuso ancora.

C’era acqua immobile.
Tre aperture nel muro come bocche vuote.
Una scala che scendeva piano, come se mi invitasse.

Mi fermai un secondo soltanto.
Poi scesi.

Non perché fossi coraggioso.
Perché cominciavo a capire che qui ogni scelta portava comunque più dentro.

Fu mentre mettevo piede sull’ultimo gradino che la verità mi colpì davvero.

Non stavo cercando un’uscita.
Stavo solo cambiando stanza.
Solo un’altra forma della prigione.

Il Parlamento era sparito.
I corridoi erano spariti.
Perfino la paura stava cambiando forma.

Restava soltanto il posto. Sempre lui. Sempre diverso. Sempre uguale.

Sentii qualcosa cedere nella mia testa. Non un dolore, non un suono. Una specie di strappo silenzioso. Come se la mente, a un certo punto, smettesse di difendersi e iniziasse ad adattarsi all’orrore.

Capii che non sarei tornato indietro.
Capii che nessuno mi stava cercando.
Capii che questo luogo non finiva perché non era fatto per finire.

Era fatto per contenere.

E io ero stato contenuto.

Guardai la luce riflettersi sull’acqua e per la prima volta non ci vidi speranza. Ci vidi solo il modo in cui questo posto mi teneva sveglio, lucido abbastanza da capire tutto, ma non abbastanza da scappare.

Fu lì che iniziai davvero a impazzire.

Non perché vidi un mostro.
Ma perché capii che non ce n’era bisogno.

Il mostro era il tempo.
Il mostro era lo spazio.
Il mostro era sapere che sarei rimasto lì per sempre, attraversando stanze che non finiscono, luci che non si spengono, scale che portano solo ad altre scale.

E la cosa peggiore… è che una parte di me aveva già smesso di opporsi.

La Caduta di Ottaviano | War Era