Per gli uomini della Sesta, il mondo moderno non era fatto di stati o trattati, ma di terra da calpestare e di nuovi cieli sotto cui marciare. Per mesi il nord ha tremato sotto un passo pesante, cadenzato, che quelle terre non ricordavano da secoli. I fanti della Legio VI Ferrata hanno spinto i loro nuovi scudi balistici nel fango nero delle foreste della Germania, hanno fatto respirare ai motori dei blindati l'aria sottile dei passi d'Austria, fino a lanciarsi in una fulminea incursione tra le gole brulle dei Balcani. I soldati dormivano sulle torrette, con il sapore del carburante e della polvere in gola, lasciandosi alle spalle una scia di fumo prima che i cieli nemici potessero accorgersi del loro passaggio.

Ma ogni marcia ha il suo prezzo, e ogni soldato sa che la terra che ti nutre può richiamarti a sé. Mentre la Sesta spingeva i suoi avamposti oltre l'orizzonte, da sud è giunta l'eco della sofferenza della Patria, investita dall'urto violento e implacabile dell'alleanza serba. È stato il momento più buio: i veterani raccontano di notti passate in trincea a difendere ogni palmo di terra, con le munizioni che scarseggiavano e il fuoco nemico che illuminava a giorno le linee. Eppure, la carne ha retto dove l'acciaio cedeva; con la fermezza cieca di chi non ha altra scelta se non vincere, i soldati hanno incassato i colpi, hanno atteso che il nemico esaurisse il fiato e, al segnale dei comandanti, si sono lanciati in un contropiede disperato e furioso, spezzando l'assedio.

Sulla scia di quella violenta fiammata, la Legione non si è fermata a riposare. Ha deviato la sua rotta nel silenzio più assoluto, arrampicandosi lungo i sentieri invisibili delle Alpi, fin nel cuore del Liechtenstein. Una manovra fantasma, condotta a fari spenti nella notte, che ha portato i legionari a insediarsi dietro le linee nemiche. Quella lingua di terra tra le montagne è diventata la loro casa, il loro avamposto italiano, una fortezza di ferro nascosta tra le rocce da cui dominare l'orizzonte.

Ora, la Sesta guarda dall'alto. Sotto di loro, nelle valli, il nemico scruta il fronte convinto di essere al sicuro, ignorando che l'ombra dell'aquila romana è già alle sue spalle. Le corazze balistiche dei legionari sono nere della polvere della notte, e i visori termici tagliano il buio delle vette alpine, fissando i bersagli con geometrica freddezza: le armi cambiano, ma il sangue che scorre nelle vene della Sesta è lo stesso da millenni.

Nelle gole strette del principato, il silenzio è quasi sacro. Si sente solo il respiro metallico dei motori lasciati al minimo per non fare rumore e il battito del cuore degli uomini nelle armature. Non c'è paura, solo la calma feroce di chi sa che la storia si scrive un passo alla volta; il nemico crede di aver isolato un pugno di soldati tra le montagne, senza capire che quel pugno si sta chiudendo attorno alla sua gola.

Dalle sabbie della Galilea fino alle nevi del Liechtenstein, la vita della Sesta è una linea retta tracciata con il ferro. Quando il nemico deciderà di voltarsi, sarà ormai troppo tardi per sfuggire all'acciaio. Il mondo pensava che le montagne e i confini potessero arrestarli, ma la Legione cammina sopra la storia.

«Nihil est altum in virtute.»
Nulla è troppo alto per la virtù.
Roma invicta. Legio aeterna. Nihil obest.