Pillole di Resistenza è una rubrica dedicata agli episodi, ai luoghi e alle persone che nella storia italiana hanno scelto di non arrendersi. Brevi racconti di occupazione, lotta e liberazione, per ricordare che anche nei momenti peggiori la resistenza può cominciare dal basso.
Nel settembre del 1943 Napoli era una città allo stremo.
Tre anni di guerra e bombardamenti avevano lasciato palazzi sventrati, strade ingombre di macerie e migliaia di famiglie senza casa. Mancavano acqua, elettricità e viveri. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, mentre l’esercito italiano si dissolveva nel caos e gli alti comandi abbandonavano le proprie responsabilità, le truppe tedesche presero il controllo della città.
Cominciarono quelli che i napoletani avrebbero ricordato come i giorni del terrore.
Il 12 settembre il colonnello Walter Schöll proclamò lo stato d’assedio: coprifuoco, consegna delle armi e minaccia di morte per chiunque avesse opposto resistenza. L’Università venne incendiata, militari e civili furono fucilati o deportati, interi quartieri sottoposti a rastrellamenti. Poco dopo arrivò l’ordine di sgomberare la fascia costiera e di destinare gli uomini tra i diciotto e i trentatré anni al lavoro obbligatorio per l’occupante.
Ma quando i tedeschi ordinarono alla popolazione di presentarsi, quasi nessuno obbedì.
Fu una forma di resistenza semplice e decisiva: nascondersi, mentire, proteggere i ricercati, rifiutarsi di collaborare. Davanti all’insubordinazione della città, gli occupanti intensificarono i rastrellamenti. Il 27 settembre catturarono migliaia di uomini per le strade di Napoli.
A quel punto la tensione accumulata esplose.
Al Vomero, all’Arenella, a Materdei, a Capodimonte e nel centro della città comparvero le prime barricate. Le armi vennero recuperate nelle caserme abbandonate, sottratte ai tedeschi o tirate fuori dai nascondigli. Chi non aveva un fucile portava munizioni, raccoglieva i feriti, preparava bottiglie incendiarie o sorvegliava gli spostamenti delle pattuglie nemiche.
Non esisteva ancora un esercito partigiano organizzato. Non c’era un comando unico capace di dirigere tutta la città. C’erano gruppi di quartiere, ex militari, operai, studenti, insegnanti, donne e ragazzi. Persone diverse che spesso non si conoscevano, ma che avevano raggiunto la stessa conclusione: aspettare significava farsi deportare.
Per quattro giorni Napoli diventò un campo di battaglia.
Si sparava dai balconi e dai tetti. Le macerie dei bombardamenti venivano trascinate in strada per bloccare i mezzi tedeschi. I combattenti colpivano una pattuglia e si disperdevano nei vicoli, mentre la popolazione li nascondeva nelle case. Ogni quartiere combatteva quasi per conto proprio, ma l’insurrezione continuava ad allargarsi.
Tra gli insorti c’erano anche gli scugnizzi, ragazzi poco più che bambini. Gennaro Capuozzo aveva dodici anni. Filippo Illuminato tredici. Pasquale Formisano diciassette. Morirono combattendo e ricevettero, dopo la guerra, la Medaglia d’oro al valor militare.
La resistenza più dura si concentrò intorno al Vomero e allo stadio Littorio, oggi stadio Arturo Collana, dove i tedeschi tenevano numerosi prigionieri. Gli insorti riuscirono a circondare la zona e costrinsero il comando tedesco a trattare. I prigionieri furono liberati in cambio del passaggio delle truppe in ritirata.
Il 30 settembre i tedeschi abbandonarono Napoli.
Prima di partire lasciarono incendi, distruzioni e nuove vittime. Ma non erano riusciti né a deportare in massa la popolazione né a trasformare la città in una posizione difensiva contro l’avanzata alleata.
Quando i primi carri armati angloamericani entrarono a Napoli, la mattina del 1º ottobre, non furono loro a liberarla.
La trovarono già libera.
Le Quattro Giornate non furono l’impresa di un generale, di un governo o di un grande partito. Furono una rivolta costruita dal basso, quartiere dopo quartiere, da una popolazione che aveva sopportato bombardamenti, fame, dittatura e occupazione fino al momento in cui sopportare ancora divenne più pericoloso che combattere.
Operai e professori, soldati sbandati e studenti, donne e scugnizzi riuscirono insieme dove le autorità avevano fallito.
La storia di Napoli ci ricorda una cosa semplice: perdere il territorio non significa necessariamente perdere il Paese. Gli eserciti possono occupare le città, cancellare i confini e dichiarare conclusa una guerra.
Ma finché resta qualcuno disposto a organizzarsi, aiutare il vicino e rifiutare la resa, una nazione occupata non è ancora una nazione sconfitta.