Pillole di Resistenza #2 - Porta San Paolo

CoccoBill6 luglio 2026other

Pillole di Resistenza è una rubrica dedicata agli episodi, ai luoghi e alle persone che nella storia italiana hanno scelto di non arrendersi. Brevi racconti di occupazione, lotta e liberazione, per ricordare che anche nei momenti peggiori la resistenza può cominciare dal basso.

Gli ultimi difensori di Roma: quando chi comandava se ne andò

La sera dell’8 settembre 1943, alle 19:42, la voce del maresciallo Pietro Badoglio raggiunse gli italiani attraverso la radio.

Il governo aveva chiesto un armistizio agli Alleati. La richiesta era stata accolta. Le forze italiane avrebbero dovuto cessare ogni atto di ostilità contro gli angloamericani, ma reagire a eventuali attacchi provenienti da altre parti.

Era una formula vaga. Troppo vaga per un esercito sparso tra l’Italia, i Balcani, la Francia e le isole dell’Egeo. Troppo vaga per soldati ai quali, fino a poche ore prima, era stato ordinato di combattere accanto ai tedeschi.

Nelle strade si diffuse inizialmente l’illusione che la guerra fosse finita. Qualcuno festeggiò. Qualcuno uscì di casa. Molti soldati aspettarono ordini che non sarebbero mai arrivati.

I comandi tedeschi, invece, sapevano esattamente cosa fare.

Da settimane avevano preparato un piano per occupare l’Italia, disarmarne l’esercito e prendere il controllo delle città, delle strade e delle ferrovie. Poche ore dopo l’annuncio, le truppe tedesche iniziarono a muoversi.

Roma avrebbe dovuto essere difesa da decine di migliaia di uomini. Intorno alla capitale erano schierate divisioni dell’esercito, reparti corazzati, artiglieria e cavalleria. Sulla carta, una forza sufficiente a opporre una seria resistenza.

Mancava però la cosa più importante: una direzione.

Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, il re Vittorio Emanuele III, Badoglio, diversi ministri e i principali vertici militari lasciarono Roma. Attraversarono l’Italia centrale e raggiunsero la costa adriatica, da dove sarebbero poi arrivati a Brindisi.

La capitale rimase senza governo, senza comando e quasi senza istruzioni.

In molte caserme nessuno sapeva se i tedeschi fossero ancora alleati o fossero diventati nemici. Alcuni ufficiali ordinarono di combattere. Altri di non provocare incidenti. Altri ancora scomparvero. Migliaia di soldati abbandonarono le uniformi e cercarono di tornare a casa.

Ma non tutti se ne andarono.

A sud della città, lungo la via Ostiense e la via Laurentina, i Granatieri di Sardegna tentarono di fermare l’avanzata tedesca. Si combatté alla Cecchignola, all’EUR, alla Montagnola, al ponte della Magliana.

I reparti italiani erano isolati, male coordinati e spesso privi di comunicazioni. Eppure continuarono a resistere, arretrando lentamente verso il centro della città.

La mattina del 10 settembre, la battaglia raggiunse Porta San Paolo.

Tra le mura antiche, la Piramide Cestia, la stazione ferroviaria e i palazzi del quartiere Ostiense, soldati e civili si trovarono fianco a fianco.

Combattevano granatieri, lancieri, carabinieri e uomini di altri reparti rimasti senza comando. Accanto a loro arrivarono operai, studenti, impiegati, donne e militanti antifascisti.

Alcuni avevano recuperato un fucile. Altri portavano munizioni, soccorrevano i feriti o costruivano barricate con quello che trovavano. Molti non avevano mai combattuto prima.

Non difendevano più un governo, perché il governo non c’era.

Non difendevano il fascismo, che aveva trascinato l’Italia nella guerra e che era crollato poche settimane prima.

Difendevano le proprie strade, le proprie case e la possibilità di decidere cosa sarebbe accaduto alla loro città.

Per ore cercarono di bloccare l’ingresso delle truppe tedesche. I combattimenti si estesero lungo viale Aventino, via Marmorata e Testaccio. I mezzi corazzati avanzavano, venivano colpiti, si fermavano e ripartivano. I difensori resistevano dietro i muri, agli incroci e tra i vagoni ferroviari.

Ma il coraggio non poteva sostituire gli ordini, i rifornimenti e un piano comune.

Nel pomeriggio del 10 settembre, la difesa cedette. I comandi italiani accettarono la resa e Roma venne occupata.

La battaglia era durata appena due giorni.

Militarmente fu una sconfitta. La capitale cadde e per i nove mesi successivi avrebbe conosciuto rastrellamenti, carcere, torture, deportazioni e fucilazioni.

Eppure, a Porta San Paolo, era accaduto qualcosa di nuovo.

Di fronte alla dissoluzione dello Stato, persone che fino al giorno prima non si conoscevano avevano scelto di combattere insieme. Militari e civili, monarchici e repubblicani, cattolici, comunisti e uomini senza partito avevano trovato, nel caos, una causa comune.

Non aspettarono che tornassero i comandanti. Non aspettarono che qualcuno desse loro il permesso. Non aspettarono che la situazione diventasse favorevole.

Rimasero.

Il 10 settembre Roma fu occupata. Ma mentre le istituzioni si allontanavano dalla capitale, nelle sue strade stava già nascendo la Resistenza.

Perché un governo può cadere. Un comandante può fuggire. Un presidente può dimettersi.

Un paese, invece, non può abbandonare il proprio posto.