Pillole di Resistenza è una rubrica dedicata agli episodi, ai luoghi e alle persone che nella storia italiana hanno scelto di non arrendersi. Brevi racconti di occupazione, lotta e liberazione, per ricordare che anche nei momenti peggiori la resistenza può cominciare dal basso.
Nell’autunno del 1943 la guerra arrivò sulle montagne abruzzesi. Il fronte si era fermato lungo la Linea Gustav e l’esercito tedesco, per rallentare l’avanzata degli Alleati, aveva cominciato a ritirarsi distruggendo strade, ponti e interi paesi. Le requisizioni, le deportazioni e le rappresaglie colpivano una popolazione già stremata dalla fame e dai bombardamenti.
In quei mesi iniziarono a raccogliersi uomini provenienti dai paesi della Maiella. Erano contadini, artigiani, studenti, operai e militari sbandati dopo l’8 settembre. Non formavano ancora un esercito e disponevano di poche armi, spesso recuperate o consegnate dagli inglesi. Conoscevano però quelle montagne, i sentieri, i paesi e le famiglie travolte dall’occupazione. Avevano quindi una ragione molto concreta per combattere.
Nacque così il Gruppo Patrioti della Maiella, destinato a diventare una delle formazioni più particolari della Resistenza italiana.
Il battesimo del fuoco arrivò durante l’inverno. Il 3 febbraio 1944, a Pizzoferrato, i volontari combatterono insieme a un reparto britannico per strappare il paese ai tedeschi. L’attacco costò la vita a tredici partigiani e a quattro soldati inglesi. Alcuni dei volontari caduti non avevano ancora vent’anni; altri erano contadini, garzoni, sarti e studenti che fino a pochi mesi prima non avevano mai indossato una divisa.
La battaglia non fu una vittoria limpida e non ebbe nulla dell’impresa romantica. Fu un combattimento confuso, combattuto nella neve contro un nemico meglio armato. Ma dimostrò agli Alleati che quegli uomini non erano soltanto guide locali o gruppi improvvisati: potevano reggere il fronte, organizzarsi e combattere come un vero reparto.
Nei mesi successivi la Brigata Maiella contribuì alla liberazione dell’Abruzzo. A quel punto i suoi uomini avrebbero potuto considerare concluso il proprio compito. Le loro città erano libere, il fronte si stava spostando verso nord e molti di loro non vedevano le proprie famiglie da mesi. Nessuno li obbligava a proseguire.
Scelsero invece di attraversare la montagna e continuare.
Superata la Maiella, la brigata seguì l’avanzata alleata nelle Marche. Combatté tra Cingoli, Montecarotto e Pesaro, raccogliendo lungo il cammino nuovi volontari. Gli abruzzesi vennero affiancati da marchigiani, romagnoli e uomini provenienti dai territori appena liberati. La formazione che era nata per difendere alcuni paesi diventò così una colonna della guerra di liberazione nazionale.
Non si fermarono neppure quando lasciarono le Marche. Passarono alle dipendenze del Corpo polacco e combatterono in Romagna, dove liberarono Brisighella e affrontarono i tedeschi sulle montagne e lungo il Senio. L’inverno tra il 1944 e il 1945 fu ancora una volta trascorso al fronte, tra fango, freddo e posizioni conquistate e perdute.
Il 21 aprile 1945 i Patrioti della Maiella entrarono a Bologna insieme alle prime truppe liberatrici. Erano partiti sedici mesi prima dai paesi distrutti dell’Abruzzo e avevano attraversato a piedi una parte d’Italia, combattendo in territori nei quali molti di loro non erano mai stati. La loro avanzata terminò soltanto il primo maggio, ad Asiago, quando la guerra era ormai agli ultimi giorni.
Alla fine del conflitto la Brigata contava più di milletrecento uomini. Cinquantacinque di loro non tornarono. La sua bandiera sarebbe stata decorata con la medaglia d’oro al valor militare, caso unico tra le formazioni partigiane italiane.
La storia della Maiella non racconta soltanto come una terra occupata possa ribellarsi e liberarsi. Racconta cosa può accadere il giorno dopo, quando sarebbe più semplice deporre le armi, tornare a casa e lasciare che siano gli altri a occuparsi del resto.
Quegli uomini avevano liberato i propri paesi. Continuarono a combattere perché sapevano che la libertà conquistata per sé rimane incompleta finché, poco più avanti, qualcun altro vive ancora sotto occupazione.