«La carne cede. Il ferro resiste.»

Prima che mi chiamassero Onorevole_Ferrum, ero Giuseppe Ferrum: industriale, deputato e studioso della meccanica. Poi arrivò la diagnosi. Un male incurabile si era diffuso nel sangue e negli organi. I medici mi concessero pochi mesi di vita.
Io li ringraziai e li pregai di lasciare il mio laboratorio.

Studiai il mio corpo come una macchina prossima al cedimento. Sostituii gli organi compromessi con pompe, valvole e strutture d’acciaio. Non trovai una cura: costruii qualcosa che la malattia non potesse più divorare.
Quando riaprii gli occhi, accanto al debole battito della carne, sentii gli ingranaggi.

Il nuovo corpo era potente, ma difficile da controllare. La voce usciva metallica e il volto conservava soltanto una vaga memoria dell’uomo che ero stato.
Sulla cartella del laboratorio non compariva più il mio nome. C’era scritto soltanto:
PROGETTO FERRUM — SOGGETTO VITALE

Quando tornai in Parlamento, alcuni sostennero che una macchina non potesse rappresentare cittadini umani.
Appoggiai le mani metalliche sul banco e risposi:
«La memoria, il giuramento e la volontà sono ancora miei. Se questo non basta a fare di me un uomo, allora molti uomini presenti in quest’aula sono meno vivi di quanto credano.»

Le tecnologie nate per salvarmi non rimasero confinate al mio corpo. Dai miei sistemi di calcolo, dalle valvole e dagli innesti nacquero macchine per le officine, la logistica e la difesa. Il ferro che aveva respinto la mia morte divenne la spina dorsale della riscossa italiana.
Quando l’Italia rimase senza terre, continuai a produrre ferro e acciaio. Mentre gli invasori festeggiavano, preparavo in silenzio ciò che sarebbe servito alla riconquista. Mi chiamarono freddo, senza capire che sotto le piastre viveva ancora un uomo deciso a non lasciare morire la propria patria.
Non sono immortale. Sono un uomo che si è rifiutato di morire.